Speriamo che sia… femmina?

Date November 1, 2007

Una nota della Presidenza del Consiglio dei Ministri inviata dal Sottosegretario di Stato per i diritti e le pari opportunità invita le scuole a riflettere su un fenomeno che assume sempre più caratteri di “emergenza sociale”.
“In Europa tra le cause di morte delle donne di età compresa tra i 16 e 44 anni, le brutalità commesse tra le mura domestiche sono in testa alle statistiche, prima degli incidenti stradali e del cancro. In Italia i dati di un’indagine ISTAT pubblicata lo scorso febbraio, stimano in quasi 7 milioni (31,9% delle donne di età tra i 16 e 70 anni) le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 23,7% violenze sessuali, il 18,8% violenze fisiche, più del 10% entrambe). Nell’ultimo anno 1 milione 150mila donne hanno subito violenza. Circa un milione stupri o tentati stupri ad opera del partner o conoscente. Quasi 1 milione e mezzo di donne hanno subito violenze sessuali prima dei 16 anni e in un quarto di casi ad opera di un parente. In due terzi dei casi è stata ripetuta. Alla violenza fisica e sessuale si associa spesso quella psicologica… Dalle interviste risulta che il 95% dei casi di episodi di violenza non sono stati denunciati e un terzo delle donne non ne ha parlato con nessuno.
L’AOGOI (Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani) denuncia che le violenze domestiche sono la seconda causa di morte in gravidanza, dopo l’emorragia, per le donne dai 15 ai 44 anni.
Il Ministero delle pari opportunità, impegnato da tempo in una politica di contrasto, ritiene che si debba affrontare il fenomeno sul piano culturale per incidere sui modelli di identità di riferimento: è un’emergenza per un paese come il nostro che vuole essere civile e democratico. La scuola come comunità educante, nella costruzione di percorsi formativi, può fare molto perché i ragazzi e le ragazze crescano insieme nel rispetto reciproco delle proprie identità.”

Dopo questo bollettino di guerra tra i sessi, percepisco un po’ di allarmismo sociale che però mi pare confermato dai recenti fatti di cronaca. Avevo scritto questo post a settembre, ma ho sempre esitato a inviarlo in quanto molto personale e triste perché si riferisce a fatti e persone che ho conosciuto sia nella nostra zona che in una metropoli, capitale delle contraddizioni dove alla devianza e all’arte di arrangiarsi fanno da contrappasso la vivacità culturale, l’umanità e l’ironia della sua gente.
Ricordo una compagna di classe, principessa di un talamo proibito ed una ragazzina rimasta vedova a diciassette anni con un bambino di 18 mesi di cui era madre e sorella; quest’ultima fu convinta a sposare un ragazzo poco più grande di lei, morto ammazzato dopo un anno di matrimonio. Ripenso a R. di cinquant ’anni sottratta dal figlio adolescente ai calci e pugni di un marito manesco, ad M. scappata lontano dalle botte del compagno, con due dei tre figli, forte del miraggio di un nuovo amore, a S. picchiata sistematicamente dal marito anche quando era incinta… la rabbia e la consapevolezza di un’età più matura l’hanno cambiata e dopo 18 anni di matrimonio, lei cerca ancora un lavoro fisso per troncare col passato ed un uomo che oggi piange dicendo che è cambiato anche lui. Rivedo una ragazza dell’est in una caotica stazione ferroviaria: il volto completamente viola, troppo tumefatto per essere caduta dalle scale, e due trolley enormi per contenere quanto più possibile, compreso il mio tacito augurio di buona fortuna. Ricordo E., quindici anni, allo sbando tra droga, sesso e rock’n roll per sfuggire ad una situazione di grave disagio familiare ; voleva continuare a studiare e si preoccupava che la sorellina più piccola non facesse le sue scelte. Cito E., un uomo, che ha deciso di amare, ridare il sorriso e un nuovo figlio a L. e sostenere lei e i suoi 4 figli dopo che lei ha osato denunciare l’ex marito, uomo e padre violento. Ricordo le ragazzine dai 10 ai 15 anni che il Tribunale dei Minori di una grande città aveva tolto alle famiglie e che aiutavo durante le attività del doposcuola. A volte in contesti “particolari” l’abiezione è vissuta come normale perché non si ha l’opportunità di conoscere alternative di vita veramente normali, compresa la specificità dei ruoli parentali.
Anni fa una madre ventenne mi disse “mio figlio deve studiare, non deve crescere disgraziato come me, né essere fetente come suo padre”. Aveva occhi azzurri, profondi e un po’ duri, lineamenti delicati, il viso tirato e stanco, tacchi alti e calze a rete smagliate.
Ma scrivo per A. che frequentava una stazione ferroviaria. La vedevo spesso di sera quando tornavo a casa perché prendeva lo stesso mio treno. Una volta la vidi implorare una dose ad un ceffo che la derideva, la molestava e la spogliava davanti ad un gruppo di derelitti per mostrare quanto lei fosse incapace di reagire, scheletrica e senza denti. Una sera A. si sedette vicino a me e iniziò a raccontarsi. Mi chiese se fossi sposata. Le risposi che non ci pensavo nemmeno e che studiavo; avevo 22 anni, lei 2 meno di me. Mi raccontò una storia purtroppo comune, priva di affetti familiari, fatta di degrado, di un amore sbagliato che la iniziò alla tossicodipendenza e alla prostituzione, di un figlio sottrattole alla nascita, di tentativi inutili di smettere e di una deriva inarrestabile in una periferia troppo povera. Se ne andò appoggiandosi ad un ragazzo per raccogliere quanto rimaneva nelle siringhe abbandonate lungo i binari. Pareva una di quelle farfalle che hanno perso la polvere magica dalle ali e annaspa per terra. Qualche sera più tardi A. volò via ai piedi della scalinata della stazione, finalmente libera dalla dipendenza e dalle mortificazioni.
E’ stato un caso incontrarla? Due solitudini diverse: io impegnata a costruirmi un futuro mentre lei voleva dimenticare un passato e sopravvivere al suo presente.
E ancora adesso penso a quelle ragazzine, ormai donne. Alcune stavano prendendo coscienza di quanto subìto, altre non accettavano il distacco da quella che era comunque la loro famiglia, anche se degenere, la cui costante fissa era l’assenza o latitanza della madre e l’istinto del possesso brutale da parte di familiari, spesso la mancanza di consapevolezza,a volte la solitudine e l’incapacità di reagire. Saranno riuscite a conciliarsi con se stesse per sorridere ed amare? Una volta un medico un po’ cinico mi disse: “Qui per cambiare le cose, certi neonati andrebbero soppressi nella culla o tolti subito alle famiglie”. In tutte queste donne un grande disorientamento e sofferenza.

Certe storie e certi occhi non si dimenticano, mai.
Dopo tanto tempo mi chiedo come mai sia cambiato ben poco. Quasi ogni giorno i mass media denunciano casi di violenza, tentata, episodica, sistematica su bambine e donne… testimonianze delle ragioni della forza, del disprezzo, della frustrazione inconscia, di una rabbia e bestialità indomabili.
E allora ho deciso di dare voce a voi donne che a fatica avete acquisito consapevolezza, al vostro silenzio, al vostro isolamento, senso di impotenza e vergogna… perché ognuna di voi aveva diritto a quella parte di cielo che vi è stata negata durante quelli che dovevano essere gli anni più belli e spensierati, e perchè qualcuno riesca a capire che c’è violenza e abuso anche quando si approfitta consensualmente della giovane età, della miseria o della disperazione e riesca a vedere un’anima oltre le ali di farfalla.

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